mercoledì 30 settembre 2015

Bravo, bravissimo ovvero La sospensione del giudizio

4 anni, 11 mesi e mezzo


Uno dei pilastri dell'approccio Montessori è la sospensione del giudizio. I bambini per crescere con un buon livello di autostima non dovrebbero:

- essere puniti o rimproverati moralmente per i loro errori
- essere corretti verbalmente quando sbagliano, anche quando compiono in modo errato le sequenze di un'azione

Ma i bambini non dovrebbero neanche:

- essere lodati per i loro successi
- essere premiati con voti, stellette, regali o dolci per le loro conquiste

Questo suscita sempre una grande tensione negli adulti e anche, a mio avviso, una grande confusione.

Mi piacerebbe affrontare la questione dal punto di vista di chi sostiene che Bravo, tesoro mio, sei bravissimo! vadano banditi dal proprio vocabolario, per preferire una neutra approvazione.

Per come modestamente ho cercato di capire e studiare finora, dire Che bravo! o Questo è un vero disastro! non cambia di una virgola l'autostima del bambino. Il punto cruciale che Maria Montessori vuole farci comprendere - ma anche un autorevole psicologo come Alfie Kohn in Amarli senza se e senza ma, Il leone verde 17 € -  è che l'infanzia deve essere una strada progressiva di successi e di conquiste provenienti dall'interno e non dal giudizio degli altri.

Il bambino, il giovane, l'adulto trovano arricchente comprendere, realizzare, sperimentare a partire da se stessi, dalle loro inclinazioni e dai loro tempi personali. Qui sta il punto: il tempo giusto per mettersi alla prova, il tempo giusto per fare un'esperienza vengono solo da noi. Nessuno può scandire il nostro tempo. Nessuno meglio di chi "non ha tempo" sa quanto il tempo sia un bene inafferrabile e prezioso.

La prima indicazione è quindi rispettare i tempi dei bambini. Certo, a parole lo sappiamo tutti che i tempi sono individuali, ma è quando ci troviamo davanti qualcuno che ha tempi di apprendimento e di crescita molto diversi che rimaniamo spiazzati. Qui scatta inevitabile la nostra frustrazione o, viceversa, il nostro entusiasmo.


E' allora che le nostre parole devono cominciare a cambiare: non possiamo certo dire Che brutto! o Che banale! al disegno tutto linee e monocromatico di un bambino di 4 anni che fa il suo primo tentativo con pennarelli e fogli. Ci aspettavamo che disegnasse a 2 anni? Dobbiamo farcene una ragione! Disegna a 4 anni. Punto. Sospensione del giudizio.

Potremmo anche essere tentati dal lanciarci in grida estatiche di gioia Bravo! Bravissimo! davanti a un disegno che aspettavamo da molto tempo. Diciamolo, se ci sentiamo gioiosi! Inibire la gioia è controproducente. Ma siamo sicuri che, dal profondo del cuore, le parole che diremmo sarebbero Bravo?

Il giorno della nostra laurea, del nostro matrimonio, della nascita dei nostri figli il complimento più autentico è stato Quanto sei bravo? Spero per voi di no. C'è stato un sorriso, un Davvero un ottimo lavoro! per una tesi di duecento pagine. Un abbraccio commosso, tanti fiori (e non dolci, non cibo, ma fiori, un di più, un puro omaggio alla bellezza) per il nostro matrimonio e un fiocco rosa o azzurro, gesti delicati e discreti per i nostri bambini.

Perché gli sposi sono tutti da festeggiare, come sono sempre da accogliere con gioia i bambini e tutti ottimi lavori le tesi di laurea. C'è stato calore umano intorno a noi, con gli altri felici della nostra felicità. Questa è la sospensione del giudizio ed è anche il senso del vivere il presente.


domenica 13 settembre 2015

Cico in... Un anno dopo ovvero I vantaggi/svantaggi dell'unschooling

4 anni e quasi 11 mesi


Sono stata via un anno dal blog, perché l'anno scolastico scorso è trascorso come il precedente, diviso tra Spazio Montessori - sono aperte le iscrizioni! - musica e pittura, in due modalità davvero particolari sulle quali vorrei tornare qui prossimamente.

Lunedì invece Cico ha iniziato il suo primo anno di Scuola dell'Infanzia presso una nota Casa dei Bambini. E' dunque un bimbo che approccia la vita di comunità e la prima autonomia dalla famiglia alle soglie dei 5 anni.

Segnalo intanto che per tutta la domenica di oggi 13 settembre si tiene l'appuntamento
Tutta un'altra scuola! a Vaiano in provincia di Prato sostenuto da Aam Terranuova, celebre rivista di consumo critico ed ecosostenibile. L'appuntamento è l'occasione per parlare di approcci diversi alla formazione e si attendono interventi di docenti dei vari metodi e di professori universitari provenienti da tutta Italia. L'ingresso è gratuito! Tutti sono invitati, attraverso il sito, a segnalare realtà scolastiche o educative alternative alla scuola tradizionale (che, state tranquilli, segue anche lei un metodo e precisamente un metodo americano riadattato che gli statunitensi scartarono già a inizio Novecento).

Sto tentando di ricapitolare i vantaggi e gli svantaggi di questa scelta, sicuramente insolita in una grande città oggi (anche se meno rara di quanto si possa pensare) e frutto per molti aspetti della "casualità" o, per meglio dire, delle caratteristiche specifiche di Cico, non pianificata a tavolino.


I VANTAGGI PER IL BAMBINO


Tra i vantaggi di aver tenuto Cico fuori da un approccio standard di scolarizzazione infantile (nido e primi anni di scuola materna) metto al primo posto la serenità del bambino, libero dall'obbligo di doversi adattare a ritmi imposti dall'esterno - anche fosse solo quello di alzarsi a una certa ora - e soprattutto libero di lasciar fluire le emozioni derivanti dalle relazioni famigliari con calma. Il processo di identificazione di se stesso come persona unica, distinto dalla mamma e dal papà è avvenuto con maggiore lentezza, ma con molta più sicurezza. Cico è stato un bambino ad altissima richiesta che certo avrebbe sofferto molto della precoce separazione dai genitori, bisognoso com'era di contatto fisico continuo, di brevi e chiarissime spiegazioni verbali sempre accompagnate da una gestualità decisa e sostitutiva per lui del linguaggio parlato.


Un secondo vantaggio riguarda l'approccio al gruppo e all'ambiente comunitario guidato dal genitore che si trattiene con il bambino per tutto o molto tempo dell'attività. Da questo punto di vista favorirei questa pratica almeno per una buona fetta del primo anno di scuola materna, perché la mediazione del genitore è cruciale per aumentare l'interesse, la fiducia e l'esplorazione del materiale da parte del bambino. Qualunque direttore di scuola materna vi direbbe esattamente il contrario e cioè che queste qualità si sviluppano maggiormente quando il genitore è assente. Ho sperimentato sulla mia pelle che, invece, se l'insegnante guida il genitore (o la nonna o la zia o la tata) a mettere entusiasmo al momento giusto e a sapersi trattenere dall'invadere il campo delle abilità del figlio al momento opportuno, il bambino è grato di poter conoscere cose nuove con accanto una persona di cui si fida, persona che, a tre anni scarsi, non può certo essere un estraneo appena conosciuto. Sono debitrice a Sonia e Isabella, promotrici di Spazio Montessori, di aver fatto da maestre a me più che a Cico.


Un terzo vantaggio riguarda la salute del bambino che si preserva un po' più integra nei mesi invernali rispetto alle enne influenze, tossi, catarri e malattie epidemiche. Sono anche qui ben consapevole che qualunque pediatra vi direbbe che sono tutti anticorpi che si formano e che lasceranno il bambino più robusto quando andrà a scuola, dove poi contano anche le assenze. Si tratta di scelte e di scuole di pensiero. Personalmente abbraccio in toto l'approccio della medicina antroposofica, che sostiene che un conto è prendere una bronchite a cinque anni e un conto è ammalarsi a uno-due-tre anni di bronchite tre-quattro volte per inverno. Senza contare il fatto - chiamatelo pure egoismo - che un bambino ammalato trascorre notti infernali e le fa trascorrere identiche anche ai suoi genitori.

I VANTAGGI PER I GENITORI


Al primo posto metterei senz'altro il lavoro su se stessi. Ti impegni ad andar controcorrente, impari a rispondere a tono a chi obietta con le più assurde ragioni, difendi il tuo diritto di scelta come cittadino e come educatore e ti obblighi a prendere del tempo per capire il mondo del bambino che è diverso dal mondo degli adulti. E non sto dicendo che è un mondo fatato, pieno di gioia, pace e amore, anzi. La lezione più grande che ti viene offerta è constatare che l'infanzia ha il suo lato oscuro, ha le sue malinconie, le sue collere spesso devastanti e le sue paure; che il bambino mette in atto schemi di comportamento dettati da una logica interiore che nove volte su dieci ci sfugge completamente e che il pensiero e la (auto)coscienza dei bambini piccoli possono rivaleggiare con la filosofia di Hegel e Kant. Impari infine che ogni bambino, per quanto di pochi anni, ha un passato con cui fare i conti. E che a volte questo passato è molto doloroso.


D'altra parte, impari anche a essere tu il guaritore, lo sciamano, la medicina miracolosa. Non c'è come l'accompagnare tuo figlio in ogni istante, come esserci in ogni momento per farti perlomeno intravedere la necessità di vivere il presente, di viverlo con gioia e di riderci su.


Da questo viene il secondo vantaggio e cioè l'allargamento a dismisura degli orizzonti culturali e scientifici. Sei a casa con tuo figlio e inevitabilmente ti chiedi come puoi accompagnarlo a conoscere il mondo. Studi, ti informi, leggi, navighi in Internet. E piano piano scopri le occasioni, i modi, i metodi, gli approcci, le visioni, le storie di chi ci ha provato prima di te e che ha avuto successo. Sperimenti, provi, conosci persone, hai stimoli diversissimi da quelli in cui siamo cresciuti. Montessori, Steiner, Malaguzzi sono solo i tre nomi dei fondatori dei metodi educativi più famosi, ma accanto a loro ci sono anche Arno Stern, Edwin Gordon, Edward Bach, Samuel Hahnemann, Karl König, Alessandra Morri, Andrew Taylor Still, Giuseppina Pizzigoni, Leo Lionni, Yves Klein, Bruno Munari, Enzo e Iela Mari, Gaston Saint-Pierre, Nancy Ann Tappe... solo per citare una serie di medici, artisti, educatori, psicologi che nei loro campi hanno davvero visto il nuovo e l'hanno proposto con spunti originalissimi. I bambini ne sono i migliori beneficiari e basta cominciare a cercare i loro nomi su un motore di ricerca per rendersi conto di cosa c'è fuori dalla nostra porta di casa, se solo abbiamo il coraggio di affacciarci oltre la soglia.

GLI SVANTAGGI


Venendo agli svantaggi, per il bambino non ce ne sono, almeno secondo me. Stare a casa con la mamma o frequentare piccoli gruppi di attività non è inibente di nessuna dote o capacità. L'ansia da mancata socializzazione va senz'altro eliminata. Inoltre, acuendo un po' le capacità di osservazione, vi renderete subito conto che i bambini timidi sono spesso e volentieri bambini molto esigenti, che amano far bene, che vogliono riuscire e che faranno di tutto per emergere. Il presunto svantaggio, poi, della mancata stimolazione precoce è una bufala. Maria Montessori, che possiamo senz'altro indicare come il più autorevole sostenitore della stimolazione precoce, dice che lo stimolo non viene dallo stare in mezzo agli altri bambini, ma viene da un ambiente preparato e adeguato alle caratteristiche individuali. Quindi una cameretta ben studiata, con i giusti materiali alla giusta altezza, è più che sufficiente per arrivare sereni e felici alla prima elementare.


Gli svantaggi riguardano semmai il genitore che, senz'altro, deve fare i conti con il fatto che il suo tempo, le sue doti, le sue idee sono a servizio di suo figlio per tutto il giorno. Questo è stancante, soprattutto se devi farti carico della cura della casa, della spesa e di tutte le piccole e grandi disavventure della quotidianità.
Ma non c'è nulla di più stancante e anzi direi logorante, oltre a questo, del dover subire le pressioni di chi ti sta intorno. Le continue richieste di spiegare, motivare, sostenere una scelta del genere possono esaurire anche i più pazienti, soprattutto quando, dall'altra parte, non c'è nessuna volontà di mettersi nei tuoi panni o in quelli di tuo figlio.


Al mare ho incontrato una cara amica che mi ha spiegato per filo e per segno perché, dopo tanti dubbi, ha scelto di tornare al lavoro e di iscrivere il suo bambino di 9 mesi all'asilo nido dove verrà ritirato nel pomeriggio dalla nonna. Le ho sorriso con vero calore, l'ho incoraggiata dicendole che sarebbe andato tutto bene e che il suo Pietro sarà un bambino felice. Credo che l'avrebbero detto tutti e non solo per fare un favore a una mamma che cerca di farsi forza prima del rientro in ufficio, ma perché probabilmente pensiamo davvero che non succederà niente di irreparabile né alla mamma né al bambino che è sano come un pesce.


Se viceversa dico che privilegio il tempo da passare con mio figlio, non solo in qualità, ma anche in quantità, che per ora non è pronto a stare a scuola 7/8 ore al giorno e che, dato che non ho in mano neanche un contratto di collaborazione precaria, tutto sommato la mia famiglia risparmia parecchio, ciò equivale più o meno a sparare a zero sulla Croce Rossa. Se poi aggiungo che, in questi cinque anni, ho conosciuto persone fantastiche che con la loro creatività e competenza mi hanno aperto le porte di un mondo più umano, sostenibile e amorevole, si salvi chi può! I più educati si limitano a un cordiale "Beh, ne farai le spese nell'adolescenza".


L'ultimo svantaggio, per chi ha un forte desiderio di creatività, ma anche di spiritualità e silenzio, è che tutto questo è fortemente limitato. Ecco perché è necessario partecipare alle attività con il bambino, per poter aver modo di conoscere una creatività, una spiritualità e un silenzio del tutto diversi, ma sicuramente arricchenti. Dipingere insieme, meditare insieme con l'ausilio di libri adatti e guardare tuo figlio mentre dorme sono piccoli esempi di come riprendere fiato. Ne approfitto per inchinarmi qui virtualmente al magnesio cloruro, vera risorsa per tutte le mamme full-time non retribuite: preso due volte al giorno sostiene il fisico e soprattutto dona quella lucidità per non sbranare la creatura negli inevitabili momenti ad alto rischio di lancio dal balcone.


DUNQUE

Mi chiederete come sta andando. Rispondo che non c'è stato né un attimo di magone, né di incertezza, né di sofferenza. Cico al mattino si alza da solo quando suona la sveglia ed esce, puntualissimo e fiero della sua nuova giacca blu. All'arrivo al cancello della scuola entra da solo per mano alla maestra e ritorna festante alla fine della giornata.


Dunque non me ne pento e so che Cico ne ha tratto solo il meglio. Solo un anno fa le condizioni erano tutt'altre. I segnali della sopraggiunta ora del cambio di rotta vengono da soli. Cico ha cominciato a essere più annoiato di Leopardi. Quindi era il momento, il suo momento. Questa è la grande rivoluzione. E' stato Cico a decidere che voleva, poteva e sarebbe riuscito a fare altro, altrove, con altre persone. Come sono sempre soavi a dirti gli altri "sei tu che inconsciamente non lo vuoi lasciare andare" a cui ho imparato a ribattere secca "non inconsciamente, proprio consciamente non lo voglio lasciare andare, ma non a scuola, alla deriva"!



Tutte le immagini sono tratte dal libro
Rifugi
di Emmanuelle Houdart, editore Logos, 15 €


lunedì 1 settembre 2014

Before I Disappear - Speciale Venezia 2014


Before I disappear di Shawn Christensen

ore 22.00

A caldo suscita: commozione

La scena chiave: un immaginario musical-rock in una sala da bowling


                                         Shawn Christensen e Fatima Ptacek in Before I Disappear


Una specie di favola rock ambientata nella NY dei locali cool, della droga facile, della morte per overdose. Tre personaggi – un fratello, una sorella nei guai e una nipote Miss Perfezione – celebrano la propria caduta e poi si rialzano in un folle girotondo psichedelico, dove la colonna sonora, punteggiata qua e là di brani d’opera, ha il sopravvento in molte scene. La prima parte ha ritmo ed è narrativamente forte, mentre nella seconda si disperde con qualche insistenza di troppo che sposta l’attenzione dello spettatore dal centro delle vicende: come farà Richie, potenziale suicida, a trascorrere la lunga notte con la nipote Sophia dei quartieri alti che non lo conosce e non sembra intenzionata a fare amicizia? E il punto è proprio questo. Inventarsi da zero un ruolo di padre per una bambina che non ce l’ha. Christensen convince sia come regista sia come attore protagonista.

Il giovane favoloso - Speciale Venezia 2014

46 mesi e mezzo


Così ho pensato di andare fino alla Grotta,
in fondo alla quale, in un paese di luce,
dorme, da cento anni, il giovane favoloso.
Anna Maria Ortese


Elio Germano in Il giovane favoloso

Il titolo della film rimanda al racconto Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi, tratto dalla raccolta Da Moby Dick all'Orsa Bianca - Scritti sulla letteratura e sull'arte (Adelphi, 2011) di Anna Maria Ortese.
Ed è in effetti un Leopardi nuovo quello che si vede nel film di Mario Martone, ma che soprattutto si fa ascoltare. Come se fossero pensieri del Conte Giacomo sentiamo infatti brani dei suoi idilli e delle opere più note, lo Zibaldone e le Operette Morali, nella convincente interpretazione di Elio Germano. Questo film, di molto superiore al precedente del regista, Noi credevamo, fa onore alla memoria del poeta di Recanati, soffocato da programmi scolastici e spiegazioni inadeguati.
Una colonna sonora di brani d'opera - Rossini soprattutto - e di inediti del compositore tedesco Sascha Ring illustrano il mondo interiore di Leopardi, vitale, ribelle, arguto, in netto contrasto con l'ambiente soffocante in cui vive, in famiglia prima, ma anche successivamente, deluso dall'amore non corrisposto di Fanny che gli preferisce l'amico Ranieri.
Il film ha il pregio di non essere solo un biopic enumerativo di date, luoghi ed opere, anzi non vi si troveranno quasi riferimenti al dato storico. Il giovane favoloso è piuttosto il grande affresco di un animo sensibile, anzi sensitivo, che vive in profondo contatto con il mondo che lo circonda, con la natura e con se stesso.

Isabella Ragonese, Elio Germano ed Edoardo Natoli in Il giovane favoloso

La sceneggiatura accenna solo in parte alla primissima educazione dei fratelli Leopardi che avvenne in modo molto simile a quella di Mozart e per certi versi anticipatrice delle future libertà montessoriane, per concentrarsi sul senso di oppressione di una piccola città di provincia, di una famiglia devota allo Stato della Chiesa e alle sue leggi, che non sa di aver liberato le menti straordinarie dei propri figli, tutti dotati ed eclettici, desiderosi di proseguire le loro vite e andarsene.
Solo Giacomo avrà questo privilegio, conquistato a caro prezzo, e vedrà Milano, Firenze, Napoli e i dintorni di Pompei e Torre del Greco. Dentro di lui matura una raffinata concezione intellettuale, libera e moderna, che lo porta inevitabilmente al rifiuto dei salotti. Eppure prosegue nella sua scrittura, lottando tenacemente contro atroci dolori alla schiena, continuando a credere nell'amore, nonostante tutto.
Un film bello da vedere con scorci meravigliosi di paesaggi affascinanti, aspri e ricordi d'infanzia consolatori che sempre sono vivi nella memoria del poeta. Un film bello da ascoltare, seguendo il filo delle voci, raffinate come la recitazione di tutti gli interpreti. La sensazione è quella di comprendere finalmente un uomo e un artista. Il tentativo di aprire uno squarcio nell'anima di Leopardi è perfettamente riuscito.
Elio Germano e Michele Riondino in Il giovane favoloso

domenica 31 agosto 2014

Speciale Venezia 2014

46 mesi


Cosa voglio fare dopo? Come ci arrivo?
Jackie and Ryan

Ho lasciato Cico con il Papà e ho viaggiato fino alla 71. Mostra di Arte Cinematografica di Venezia 2014, più semplicemente nota come Festival di Venezia.
Sono venuta qui, forte del mio accredito stampa, per cercare di capire se il cinema ha ancora qualcosa da dirmi, se faccio il lavoro giusto, se scrivere è ancora la mia strada. Credo di sì. Non sono un critico a 360 gradi, mi piace scrivere di cinema, ma anche di altri argomenti. Mi piace il lavoro notturno e bohémien del giornalista che veglia nelle sale stampa. Mi piace la tecnologia e mi piace che sia efficiente: voglio un wi-fi degno di questo nome, la possibilità di accedere ad archivi di immagini e video. Mi piace avere a disposizione fonti di varia natura. Mi piace intervistare i miei vicini di poltrona, sapere cosa ne pensano, entrare nelle loro vite. E poi scriverne.
Sono a mio agio con la scrittura rapida, efficace, orientata a un obiettivo. Se ho un'ora sola per la scrittura so farla rendere. Mi piace la sintesi, se occorre so spaziare verso il saggio, preferisco tenere un registro argomentativo, ma, se necessario, so buttarla sul personale. Mi piace scrivere di un film e poi dimenticarmene. Mi piace collaborare a un progetto e poi archiviarlo. Altri film, altri argomenti, altre persone, nuove idee.
Sì, this is my job. Spero di poter continuare a esercitarlo e non è un privilegio. E' quello che so fare meglio. Qui ci sono tantissimi colleghi appassionati del loro lavoro e che lo fanno bene. E' bello anche lavorare in gruppo, gomito a gomito, senza conoscersi, in perfetto silenzio, con i cellulari spenti. Quando scriviamo, intorno a noi c'è energia. Qualunque siano le storie che ci portiamo dietro, in questi momenti non contano più. Le differenze di genere si annullano. Si annullano le differenze culturali. Arrivi a un punto nel quale tutto converge: francese, inglese, tedesco, italiano, spagnolo, cinese. Tutto si fa chiaro, ci si comprende al volo. Siamo concentrati e viviamo nel presente. Può essere un processo di pochi minuti o di molte ore, ma so che per tutti è riposante. Quello che angoscia è sempre il passato. O il futuro. Ma scrivere, no. Scrivere è vivere il puro presente.

Katherine Heigl in Jackie e Ryan

Venendo qui, cercavo anche il mio film. Un film che segnasse questa esperienza e questo anno. Che avesse qualcosa da dirmi. Sinceramente, più passavano i giorni, più disperavo di trovarlo. Fino ad oggi pomeriggio, quando, in una Sala Darsena piena, alla presenza della regista Ami Canaan Mann (figlia di Michael Mann) e dei produttori, è stato proiettato Jackie e Ryan, in concorso per la sezione Orizzonti. E' una storia molto americana, ambientata nello Utah d'inverno, nel periodo vicino a Natale. E' la storia di Ryan, chitarrista folk autodidatta che viaggia di nascosto sui treni merci per spostarsi da una città all'altra a suonare per le strade. A volte suona con alcuni amici, spesso è solo. Nella sua personalissima "tournée" incontra Jackie, una giovane donna bionda, che si ferma ad ascoltarlo. Nessuno dei due sembra dare peso a questa casualità e i due personaggi forse non si incontreranno più. Invece... 
E' un piccolo film molto accurato dal punto di vista visivo, con una colonna sonora piacevole. Come spesso accade, sa comunicare molto di più di quello che a prima vista non appaia. Parla di crisi, economica ed esistenziale, senza nessuna apologia moraleggiante o fintamente divertente. Il pubblico se n'è accorto e l'ha caldamente applaudito. Lo consiglio senz'altro e spero che vinca un premio.
A me ha saputo dire molto e ha contribuito a darmi un'indicazione, una pista. Ha diradato un po' della mia confusione. Ha saputo anche dirmi che, per quanto ci si sforzi di pensare il contrario, ad alcuni incontri siamo destinati. E che la nostra conoscenza è molto più ampia di quella che noi già possediamo. Dobbiamo, assolutamente, dilatare i nostri orizzonti (mai categoria festivaliera fu più azzeccata) di spazio e tempo e credere che le nostre intuizioni hanno molto valore. E' stato confortante e credo che ben si adatti questa frase:

Ci sono persone che vengono per dirci qualcosa.
Poi, quando ci hanno dato il loro messaggio,
semplicemente, se ne vanno.

 Oppure no?

Ben Barnes in Jackie e Ryan


domenica 13 aprile 2014

Riassunto della mia vita

42 mesi tra 2 giorni


- Lo sai perché mi piace cucinare?
- No, perché?
- Perché dopo una giornata in cui niente è sicuro, e quando dico niente voglio dire n-i-e-n-t-e, una torna a casa e sa con certezza che aggiungendo al cioccolato rossi d'uovo, zucchero e latte, l'impasto si addensa: è un tale conforto!

Meryl Streep dal film Julie & Julia

 
 



martedì 4 febbraio 2014

Il martedì del materiale: il vassoio

39 mesi
 
Ho deciso di inaugurare un'apposita sezione settimanale, dove cercherò di illustrare il materiale montessoriano, cosa che spesso si dà per scontata, sia perché Internet pullula di proposte ispirate al metodo, sia perché alcuni materiali tipici del metodo appartengono già alla nostra realtà.
 
Mi piace cominciare oggi dal vassoio, un oggetto che evoca il cibo e il servizio. I camerieri portano le vivande sui vassoi, c'è il vassoio del pranzo anche a scuola o il vassoio della colazione che qualche fortunata (non io!) può ricevere perfino a letto nelle occasioni speciali. Altri tipi di vassoi invece appartengono all'ambito medico, mentre piccoli contenitori dalla stessa forma possono servire come svuota-tasche o come poggiapenne.
 
L'idea montessoriana è quella di raggruppare ogni attività ben separata dalle altre, anche se simili, in modo che il bambino possa trovare al suo interno tutti gli strumenti che gli servono per lavorare. Questo gli dà modo sia di trasportare il suo lavoro con un solo "viaggio" dallo scaffale al tavolo o al pavimento, sia di avere un contenitore per riporre tutto una volta terminata l'attività.
 
Durante lo svolgimento dell'attività, poi, il vassoio invita il bambino all'ordine perché i bordi delimitano lo spazio di azione: i famosi travasi, per esempio, si svolgono lasciando le brocche dentro il vassoio stesso. In questo modo, la regola del riordinare è mostrata con chiara evidenza dalla presenza del vassoio, senza che la maestra debba sbraitare per ottenerne il rispetto.
 
I vassoi sono anche una soluzione per tenere ordine a casa, anche per chi ha poco spazio, inoltre può essere scelto come modalità di gestione di alcune attività come i materiali per dipingere, un vassoio per i fogli da disegno, oppure un vassoio per le perline delle collane o per il collage.
 
Il vassoio montessoriano classico è proprio quello della colazione: rettangolare, di legno chiaro con le maniglie intagliate e ha il lato lungo pari allo spazio che c'è tra le due mani del bambino parallele al busto. Se ne trovano di perfetti nelle grandi catene di attrezzature per il bricolage, come questi.
 
 
 
Le maestre di Cico li hanno costruiti incollando due manigliette di metallo ottonato (le maniglie piccole da armadietto del bagno vanno bene) ai bordi di vassoi rettangolari di legno che non le avevano.
 
Ma è perfetto anche il modello Klack di Ikea che ha il vantaggio di avere il fondo in melammina, più facile da pulire.
 

 
 
Il difetto è la misura, un po' grande per la mani di un bambino. Piccolo, colorato, in plastica, è molto carino questo modello in vendita su How we Montessori shop, soprattutto per appoggiare le cose piccole. Ci sono varie combinazioni di colore.
 

 
 
Noi a casa abbiamo comperato il vassoio con i finti formaggi di Imaginarium.
 

 
Eliminati i formaggi, è rimasto il vassoio che è della misura giusta ed è in legno.
 
 
 
 
 
 

lunedì 3 febbraio 2014

Le regole

39 mesi

REGOLA
Definizione e Significato:

Sostantivo Femminile
- Ordine costante, ripetutamente verificato, di una serie di eventi: seguire una regola; essere senza regole fissedi regola = di solito, normalmente
- Norma di comportamento dettata perlopiù dalla consuetudine, dall'esperienza: avere, darsi una regola di vita; attenersi alle regole moraliè buona regola = è buona consuetudine, è opportuno: è buona regola essere sempre puntuali per tua norma e regola = perché tu sappia come comportarti ‖ a regola d'arte = in modo perfetto ‖ in regola = nella condizione prescritta: mettersi in regola con i pagamenti; anche in senso figurativo: sentirsi in regola con la propria coscienza ‖ Figurativo, avere le carte in regola = avere i requisiti per fare, per ottenere qualcosa
- Per Estensione sinonimo di misura, moderazione: nel bere non ha alcuna regolasenza regola = smodatamente
- Modalità convenzionalmente stabilita secondo la quale si svolge un'attività: le regole della politica, del calcio; stare, non stare alle regoleregole del gioco, quelle su cui si basa un gioco ~ In senso figurativo, norme che vigono in un determinato contesto sociale, politico etc.: non si vuol piegare alle regole del gioco.
- Complesso di norme che governano la vita di un ordine religioso: regola benedettina.
- In Linguistica: nella grammatica tradizionale, norma che prescrive un certo comportamento linguistico.
- Popolare, (al Plurale) Mestruazioni: avere le regole.
Dizionario-Italiano.it
 
 
 
Come promesso, ecco le riflessioni in seguito ai commenti dei lettori al post Poster delle regole, partecipate! che lascerò sempre aperto per future aggiunte.
 
Vorrei cominciare facendo alcune osservazioni a partire dalla definizione del dizionario che solamente al quarto punto - e solamente in senso figurato - fa riferimento alle regole che vigono in un determinato contesto, compreso quello educativo, in senso negativo (non stare alle regole).
 
La prima definizione è regola = ordine costante di una serie di eventi.
 
Questo significa che la regola come fenomeno oggettivo, misurabile e come successione delle fasi di un processo PRECEDE di gran lunga la definizione in ambito soggettivo - dettata perlopiù dalla consuetudine, dice il vocabolario - e morale, ma anche quello delle cosiddette buone abitudini.
 
L'altro spunto che il vocabolario offre è che le regole per essere tali si devono esprimere in maggioranza in senso affermativo, come quelle degli ordini religiosi (il famoso Ora et labora, Prega e lavora), piuttosto che in modalità negativa (come molti dei comandamenti dell'Antico Testamento Non rubare, Non uccidere).
 
Questi aspetti che ho cercato di rilevare in forma teorica sono stati individuati intuitivamente dai lettori, perché la maggioranza di voi ha indicato regole di tipo positivo e propositivo, cioè indicanti un certo tipo da condotta da tenere (Mangia fino a che sei sazio, Saluta quando incontri qualcuno, Riordina dopo aver giocato).
 
Le regole che sono emerse dai commenti sono regole di comportamento e appartengono alla sfera morale, quella che il dizionario indica come derivata dalla precedente sfera degli eventi che si susseguono in ordine costante. Quelle che la maggior parte di noi ritiene regole imprescindibili dell'educazione dei figli sono in concreto indicazioni più o meno flessibili, più o meno di buon senso, più o meno democratiche che tuttavia appartengono a un livello successivo, più privato, più soggetto a interpretazioni personali.
 
Tanto è vero che, come fa notare Erica, una lettrice, spesso famiglie diverse danno regole diverse dalle nostre e a volte i figli si trovano a disagio quando si confrontano con altri genitori a casa dei compagni. Oltretutto queste regole diverse e soggettive sono spacciate per universali da genitori che le impongono ai figli degli altri come una specie di dittatura personale. Questo lo trovo molto ingiusto: se ospito i figli degli altri, sarò molto cauto sul comportamento che IO dovrò tenere con loro, proprio perché so che altri genitori possono non essere d'accordo con quello che in casa mia si accetta o si nega.
 
Questa fondamentale osservazione era già stata fatta cento anni fa da Maria Montessori la cui pedagogia è stata definita pedagogia scientifica. La Montessori aveva colto che le regole che i bambini subiscono sono regole morali - e questo termine assumeva ai suoi tempi una sfumatura decisamente coercitiva - a discapito delle regole universali, del cosmo, della natura, dello spazio e del tempo. Queste regole sono, guarda caso, quelle che il dizionario indica alla definizione 1 come ordine costante, ripetutamente verificato, di una serie di eventi.
 
L'apprendimento di queste regole, che avviene attraverso l'ambiente, attentamente preparato per accogliere al suo interno anche numerosi fenomeni di tipo scientifico, è prioritario e fondamentale. Perché? Perché, sostiene sempre la Montessori, è da questa conoscenza che il bambino trae e fa sue le regole di comportamento civile, la condotta da tenere nelle varie situazioni, nel senso comunemente accettato dalla comunità in cui il bambino vive. La Montessori ha scritto pagine bellissime sull'amore per la natura e la terra, sull'importanza di vivere a contatto con prati, cieli, acque e fiori, in sintonia con il suo "collega" Rudolf Steiner.
 
Comprendere i ritmi naturali, i cicli stagionali, i nessi causa-effetto, l'estensione spaziale, la resistenza dei materiali attraverso i cinque sensi ha un valore enorme per il bambino, perché gli permette di vedere se stesso come parte di un tutto ordinato, ritmico, armonico, bello.
 
L'educazione al comportamento, a quel punto, sarà facile da mostrare e nella maggioranza dei casi già appresa. Un bambino che sta alle regole non è forse ordinato, armonico, prevedibile (ritmico) e, in definitiva, bello? Se avviene il contrario, cioè si mostra per prima cosa al bambino quello che può o non può fare, moralmente parlando, e poi gli si fa sperimentare il mondo, egli seguirà una condotta imposta dall'alto se è docile, ma la rigetterà se è invece ribelle, con tutti i problemi di adattamento che ben conosciamo.
 
La Casa dei Bambini (0-6 anni) ha infatti due sole regole di condotta da rispettare, espresse alla prima persona singolare:
- IO ASPETTO
- IO RIORDINO
Questo implica che il bambino si assume la responsabilità di aspettare e di riordinare, queste non sono le regole degli altri, ma le sue regole. Oltretutto anche il suo insegnante e i suoi genitori sono coinvolti, perché "io" si può riferire a qualunque soggetto si metta in gioco.
Il primo ad attendere è infatti l'adulto che aspetta pazientemente che il bambino sia pronto, che abbia terminato il suo lavoro, che abbia desiderio di lavorare. Ed è sempre l'adulto che dà l'esempio riordinando il materiale insieme al bambino.
 
La presenza di un ambiente adatto e di attività concrete da svolgere sono di per sè sufficienti a risolvere i problemi educativi senza bisogno di ricorrere a continui divieti o indicazioni. Ed è quello che, effettivamente, vedo accadere allo Spazio Montessori, con positive ricadute anche a casa. Proprio la scorsa settimana una bambina ha incominciato a correre freneticamente tra i tavoli e gli scaffali, una condotta inappropriata. La mamma si è subito alzata, richiamandola con la tipica ammonizione: "Non correre, Sara, così non si fa. Vai a sederti". Questa frase, oltre ad essere falsa, perché in alcuni casi si può correre anche in classe (per fronteggiare un'emergenza, per esempio, o per... correre in bagno!), è completamente inutile.
 
Ripetiamo frasi simili quasi a memoria, perché così hanno detto a noi i nostri genitori e a loro i nostri nonni. Le diciamo più che altro a noi stessi, per fare vedere agli altri adulti che sappiamo esigere dai nostri figli il rispetto, oppure alla nostra coscienza, per rassicurarci del fatto che, almeno, nostro figlio è stato avvisato, prima di provvedere in modi più bruschi. In realtà la piccola Sara ha fatto orecchie da mercante e secondo me non ha neppure colto il senso della frase. La maestra si è avvicinata alla bambina e le ha proposto di fare un girotondo coinvolgendo anche i compagni. In pochi minuti, non solo non c'era più nessuno che correva, ma l'aula risuonava delle vocette candide dei bimbi in cerchio.
 
Conosco l'obiezione: in questo modo, Sara è stata solo distratta, nessuno le ha spiegato che, in genere, in classe non si corre. La risposta della Montessori è: Sara è stata impegnata proficuamente in un'attività concreta che le ha fatto sperimentare in prima persona l'ordine e l'armonia del movimento circolare, oltre che il piacere di collaborare con gli altri. Il girotondo è un movimento aggraziato, la corsa in un ambiente ristretto è disordinata e pericolosa. Non servono spiegazioni e lunghe prediche, ma piuttosto esperienze.
 
Questo sistema porta all'autodisciplina, qualità che di solito riteniamo positiva negli adulti.
 
Per quanto riguarda le norme sociali, per esempio la cortesia e il saluto, la psichiatra Martha Welch scrive:
"Spesso i bambini vengono spinti dagli adulti a prendere iniziative per le quali non sono ancora pronti. "Di' buongiorno alla signora!" sentiamo spesso dire. In realtà il modo migliore per insegnare a un bambino a essere socievole è l'esempio; se voi siete socievoli e vostro figlio non lo è, allora qualcosa non funziona. Non forzate l'azione in modo innaturale: insistere peggiora solo le cose, perché il bambino si sente meno sicuro di sè. Al contrario, aiutate il bambino a desiderare di farlo spontaneamente. Preparate vostro figlio a rispondere in anticipo, per esempio dicendo: "Adesso andiamo a una festa. La signora Rossi ha lavorato tanto perché sia bella. Che cosa potremmo dirle per farle capire che siamo contenti che ci abbia invitato?". Lasciate che sia vostro figlio a decidere cosa dire. Se non vuole dire niente, chiedetegli che cosa vorrebbe che voi diceste anche da parte sua".
 
Un'ultima considerazione venuta dai commenti dei lettori  - mi scuso con i due lettori Anonimi del blog di cui per un errore ho cancellato inavvertitamente i contributi, anzi vi invito a registrarvi con il vostro nome, in modo che sia più facile per me distinguervi - è questa: i bambini chiedono le regole, le vogliono, così come desiderano ardentemente che siano posti loro dei limiti.
 
In proposito Carlos Gonzalez: "Se veramente i limiti fossero necessari per la felicità dei bambini e per la formazione della loro personalità e del loro carattere, non c'è dubbio che tutti i bambini, ricchi o poveri, educati in modo rigido o 'viziati', avrebbero ogni giorno cento opportunità per godere di tali limiti. A proposito, perché supponiamo che proprio i bambini abbiano bisogno di regole e di limiti per essere felici, che godano di questi, e siano disgraziati se non li hanno? Com'è possibile che le cose stiano esattamente all'opposto di come stanno per noi? A noi adulti, infatti, solitamente succede il contrario: i limiti ci fanno soffrire (l'amore non corrisposto, le vacanze che non possiamo fare, l'auto che non possiamo pagare, la dieta senza colesterolo, la casa troppo piccola, la partita persa dalla nostra squadra del cuore...), mentre quello che otteniamo e gli obiettivi che raggiungiamo contribuiscono alla nostra felicità".
 
Durante un'attività di tanti anni fa con una quarta elementare, feci questa richiesta al gruppo: Riunitevi tra voi, ciascuno dica agli altri qual è il suo più grande desiderio, discutete per scegliere un desiderio che trovi d'accordo tutti, ma proprio tutti, scrivetelo su un grande foglio con le vostre firme e venite a consegnarmelo.
 
Questo fu il risultato:
 
 
Credo che siano stati quegli undici bambini che firmarono il cartello a determinare l'inizio della patologia di cui soffro oggi che prende il nome di orticaria regolo-impositiva-limitante (manuale dei disturbi psichici, pag. 10 articolo 2).
 
Al di là dell'ironia, però, possiamo dire che se da una parte, come sostenevano la Montessori e i suoi contemporanei, padri dell'educazione attiva di inizio/metà Novecento (Steiner, Pizzigoni, Malaguzzi ecc.), l'ambiente fornisce al bambino la via da seguire: una sedia che si rovescia fa rumore e questo rumore mi dà fastidio, cercherò di stare attento a non urtare le sedie; gli adulti si salutano tra loro, così io saluterò gli altri; non posso sfondare la parete con la testa, perché la parete è troppo dura per cedere; non possiamo sederci in dieci a un tavolino da quattro posti; allo stesso tempo, superando anche le idee montessoriane, le nuove scoperte della genetica e delle neuroscienze ci indicano una strada ancora più efficace ed è questa:
 
"Tutti ci parlano dei problemi dei nostri figli, di come riconoscerli, di come prevenirli o risolverli; di come i bambini ci 'manipolano' o del perché bisogna stabilire regole e limiti. Nessuno ci ricorda che i nostri figli sono delle brave persone.
E lo sono. Devono esserlo necessariamente. Nessuna specie animale potrebbe sopravvivere se i suoi individui non nascessero con la capacità di acquisire il comportamento normale degli adulti e con la tendenza ad acquisirlo. Non c'è bisogno di molto sforzo per insegnare a un leone a mangiare carne. La cosa difficile, ciò che richiederebbe metodi educativi aberranti, sarebbe riuscire a far diventare un leone vegetariano. La grande maggioranza dei neonati, se li si cresce in modo adeguato (cioè con affetto, rispetto e contatto fisico), saranno bambini normali e, più in là, adulti normali. L'essere umano è un animale sociale, e pertanto la capacità di amare ed essere amati, di rispettare ed essere rispettati, di aiutare gli altri e di ricevere aiuto dagli altri membri del gruppo, di comprendere e rispettare norme sociali (cioè di essere, in definitiva, una brava persona), sono attitudini normali della sua personalità.
Un'educazione accurata, la religione o la legge ci possono dare altro, ma non sono imprescindibili per riuscire a essere una brava persona. Quando vivevano nelle grotte, i nostri antenati erano già, senza dubbio, delle brave persone, senza necessità di insegnamento o controllo".
Carlos Gonzalez
 
 
 
 
 
Nota:
Le indicazioni di Maria Montessori sono tratte da Maria Montessori. Il metodo del bambino e la formazione dell'uomo a cura di Augusto Scocchera (edizioni Opera Nazionale Montessori).
Il testo di Martha Welch è tratto da L'abbraccio che guarisce (edizioni Red).
I testi di Carlos Gonzalez sono tratti da Bésame mucho (edizioni Coleman).
 
 
 
 
 
 
 
 
 


sabato 1 febbraio 2014

Ho scoperto che... (riflessioni volanti)

39 mesi

"Divisi per età, sesso o quant'altro e chiusi nelle classi,
i bambini imparano subito a ragionare
all'interno di una categoria di appartenenza.
Quando si incontrano, la prima domanda che si fanno è:
"Che classe fai?".
Non importa la persona, importa il gradino che occupa".
Arno Stern

 
E' domenica mattina. Sono distesa a letto, sveglia. Lo sguardo vaga sul soffitto. Tra poco mi devo alzare, la mamma arriverà a chiamarmi a breve. Penso che domani è lunedì: giorno di matematica, uffa! Tabelline, arci-uffa! Come fa la tabellina del 7? La mia bestia nera. Questa proprio non la so. Anche le altre, però...
Tiro la coperta sulla testa. Chiudo gli occhi. Li riapro.
Improvvisamente, uno squarcio, un'illuminazione:
7-14-21-28-35-42-49-56-63-70
I numeri si allineano perfettamente, scivolano via senza nessuna esitazione. Accipicchia!! La so, la so!!
Fantastico!!
 
 
Quando ho deciso, dopo lunga riflessione, che Cico non avrebbe frequentato una Scuola d'Infanzia, pensavo però che - sotto sotto - avrebbe perduto qualcosa.
Quello che temevo, non era affatto, come molti credono, che fosse escluso dal processo di socializzazione (che personalmente ritengo inizi alla nascita e sia inevitabile, un dato di fatto, come è vero che respiriamo), ma la sua capacità di organizzare un'attività in termini "tecnici", se mi capite. Come farà a imparare a disegnare, mi chiedevo? Dovrò mostrarglielo io, se desidero che provi. Come farà a impugnare una matita, un pastello? Come farà a imparare a fare le capriole, o saltare a piedi uniti o a fare una gimkana ad ostacoli?
Anch'io sono un formatore e sono molto affezionata ai miei allievi per i quali ho speso ore e ore per progetti - bellissimi - di educazione audiovisiva. Per esempio, ritenevo che un bambino dovesse essere guidato alla visione, dovesse avere spunti anche per l'immaginazione, dovesse essere formato a padroneggiare gli strumenti (per esempio, per realizzare un filmato) o essere guidato a esprimere un giudizio su un'opera.
 
 
Per tutte questi aspetti artistici, motori, musicali, linguistici eccetera noi siamo convinti che ci voglia un maestro. O, se maestro non c'è, almeno un genitore competente in materia.
A settembre, avevo perfino organizzato una tabella di home-schooling per permettere a Cico di provare con metodo vari aspetti formativi, raccogliendo schede e piccoli lavori in modo appassionante: il lunedì potremmo provare l'acquerello, il martedì faremo movimento in giardino con qualche piccolo attrezzo, il mercoledì ascolteremo della musica e canteremo. E così di seguito.


Il mio progetto si è subito arenato, sia per la scoperta rivelatrice dello Spazio Montessori, sia perché, proprio allo scoccare dei tre anni, Cico ha fatto subito sue delle competenze e delle abilità che si sono manifestate senza il bisogno che nessuno gliele mostrasse.
Come ieri quando - completamente digiuno di colori e matite - ha impugnato un pennello e con piglio deciso ha tracciato ampie onde colorate su un foglio di carta appeso alla parete.
 


 
a. A casa non abbiamo le tempere, né i pennelli. Cico ha fogli a volontà e pastelli a cera.
b. Nessuno ha mai disegnato per lui. L'unico che vede disegnare è il Papà. Al computer. Molto diverso.
c. Non si è mai interessato a questa attività prima d'ora. Non mi ha mai chiesto una biro mentre scrivevo la lista della spesa, non mi ha mai chiesto un pennarello mentre realizzavo i biglietti natalizi.
d. Non è ben lateralizzato e usa entrambe le mani per fare la stessa cosa o mani diverse per fare cose diverse. A volte calcia con la sinistra, a volte con la destra; tiene il coltello nella sinistra e la forchetta nella destra da mancino, ma poi afferra i giocattoli sul pavimento con la mano destra.
 
 
Non posso fare di Cico un esempio universale. Tuttavia l'esperienza che stiamo vivendo - che ha significato molto in termini di centratura mentale, perché sono andata incontro a scetticismo e occhi al cielo, scoprendo però anche che i più solidali a un'educazione libera sono le persone senza figli - ha completamente rivoluzionato il mio modo di vedere l'apprendimento. Sono pertanto indotta a credere che, fino a una certa età, un maestro non serva affatto. O meglio, non serve alla vera comprensione e alla vera esplosione di determinate capacità. Quando diciamo: La maestra gli ha insegnato a scrivere! è perché constatiamo che nostro figlio scrive.
 
 
Mi viene però il dubbio che i due fatti non siano in una relazione di causa-effetto. Lo constatiamo quando il processo non è lineare, quando diciamo la tipica frase: Nonostante vada a scuola da più di tre mesi, mio figlio non sa ancora scrivere. Come dire: La maestra cosa ci sta a fare?
 
 
Cico, un bambino che ha avuto un processo di sviluppo non lineare, a sei mesi tirava la palla verso un'altra persona, pur stando a malapena seduto. A un anno beveva da solo dal bicchiere di vetro, i suoi compagni di due anni bevono ancora dal bicchiere di plastica con i manici e il coperchio (e sono andati tutti al nido). A tre anni ha eseguito il suo primo tratto con il pennello, pur non avendo mai fatto pratica, mentre i suoi coetanei scarabocchiano da quando avevano 18 mesi. Eppure non riesce a padroneggiare la forchetta, nonostante i miei reiterati tentativi di mostrargli, provare, guidargli la mano. Non credo che un'educatrice d'asilo potrebbe fare molto di più. Come non credo più tanto all'emulazione dei coetanei: sono mesi che li vede fare merenda e non si è mai degnato di partecipare. Eppure, si mette il coltello di fianco al piatto e ora vuole (significa che adesso è disposto a provare) tenerlo in mano contemporaneamente alla forchetta.
 
 
Mentre ero persa in queste divagazioni, scopro l'opera di Arno Stern, un personaggio molto interessante di cui mi riprometto di parlarvi che, pur avendo avuto una formazione discontinua e non avendo mandato a scuola neppure il proprio figlio, è il re del Closlieu, il luogo dove appunto Cico ieri ha tracciato il suo primo tratto di tempera.
 
 
Aboliamo dunque gli asili e rispediamo a casa tutti i maestri? No, ma consideriamo le nostre aspettative di genitori e i nostri entusiastici slanci - anche se fatti a fin di bene - come soddisfazioni che i nostri figli ci donano e non per le belle scuole in cui li abbiamo mandati. Perchè, alla fine, se qualcosa imparano, l'hanno fatto da soli.


Ho appena letto riflessioni simili sul bellissimo blog How We Montessori, che narra le avventure montessoriane di due fratellini in Australia. Fateci un giro, c'è anche un e-shop! Ringrazio per questa segnalazione la cara amica Annalisa, mia fedele lettrice che ho avuto il piacere di conoscere (che onore, non mi era mai capitato!) autrice di Cucina tra le palme, per chi ama avere nuovi spunti ai fornelli.

 
Ah, e 7x8?
56, chi se lo scorda?!?
 

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